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IL DRAMMA DELL’AFFABULAZIONE ODIERNA
NELL’ULTIMO FRUTTO POETICO DI GIANFRANCO DI COLA

   “Il Cavaliere della parola perduta” è il titolo dell’ultimo frutto poetico di Gianfranco Di Cola, la cui natura eclettica – il Di Cola è nato a Frosinone nel 1959 e da anni lavora ed abita a Siena, dove si dedica anche all’arte e alla fotografia – lo porta di volta in volta a misurarsi con la letteratura, e la poesia in particolare, con un vivido ingegno che gli consente di spaziare contemporaneamente su più versanti (senza, con questo, stemperarsi, o disperdersi, in uno stereotipismo  sia linguistico, sia contenutistico troppo facile ed intuibile; cosa, del resto,  che lo porterebbe a confondersi con le miriadi di emulazioni e dissipazioni di cui si fanno immeritato vanto troppi “pennaioli” improvvisati). Ed è anche un titolo eloquente, già in sé, poiché enuclea senza mezzi termini ciò che attualmente sembra essere il dramma di chi si dedica all’uso della parola in un modo affabulante che, anche se strettamente poetico per l’ossatura, non antepone affatto l’apparire o il sembrare a ciò che si trova veramente dentro, interiorizzato oppure semplicemente avvertito o sentito con le più dispiegate antenne dell’anima.

  Ci si trova di fronte, così, quasi senza neppure avvedersene, ad un autore che porta stigmatizzati tutti i connotati dell’atemporalità e che, proprio in virtù della capacità semiologica e/o filologica di cui s’intride forse suo malgrado il suo stesso esprimersi, si staglia e decanta, nel presente, il presente; vale a dire in questo duemilauno che si chiude lasciandosi alle spalle – ovvero, trovandosele inevitabilmente tutte quante davanti - le consequenzialità dell’evento verificatosi a New York e a Washington l’11 settembre scorso, giustamente definito anche da Massimo Cacciari un evento di carattere epocale, che diremmo di per sé traumatizzante nonostante la continuità ininterrotta della vita e degli uomini. L’opera di Gianfranco Di Cola, che è tecnicamente corredata da delicate quanto precise e preziose sue documentazioni fotografiche, probabilmente senza rendersene coscientemente conto, s’inserisce si potrebbe dire con forza propulsiva in questo contesto storico con una sua propria misura polivalente e tale da suscitare enigmatici interrogativi circa la sua reale appartenenza, come se egli possedesse il dono di una preveggenza che, se da un lato lusinga, dall’altro lascia anche incommensurabilmente strabiliati. Il libro, d’altra parte, e ciò va senza dubbio sottolinenato in maniera assai evidenziata, pur non essendone la caratteristica prioritaria, è stato stampato proprio nell’ottobre del 2001 e porta scritte nell’aprofondita introduzione, che è firmata dallo Storico delle Religioni Silvio Calzolari, queste sintetiche, indicative ed illuminanti parole: “Il Cavaliere della Parola Perduta simboleggia l’iniziato che, privo di timori, apre la porta del mistero e discende nei meandri del proprio ‘io’ interiore, per poi riemergere alla luce, con il frutto del travaglio, il frutto dell’Albero della Conoscenza e della Vita: in termini psicologici potremmo definire quest’albero (che dà il titolo ad una poesia del nostro poeta), come un simbolo nato dall’inconscio collettivo per rappresentare le forze nascoste; in altri contesti potremmo, invece, definirlo come la rappresentazione simbolica del contenuto originale della coscienza divina e dei mezzi per cui l’universo ha ricevuto l’esistenza. E’ l’albero delle Sefirot della Cabala ebraica, delle dieci strutture divine che portano il mondo ad esistere attraverso l’emanazione e che creano i diversi livelli della realtà”.

   Suddiviso in sette parti – L’incontro, Il rituale dell’amore, Orizzonti, L’arcano della Creazione, Le nozze mistiche, La porta eterna, Il Giardino Incantato – “Il Cavaliere della Parola Perduta” viene ad occupare un posto di rilievo  soprattutto nella panoramica della poetica di questo inizio di secolo. La prima parte della composizione dal titolo “Poesia” (pagina 101), può esserne un esempio significativo: “Senza parole/una musica ti incanta/avvince i tuoi sensi/sconvolge presenze,/deve essere ancora scritta/e già viaggi in uno spazio di nubi,/vortici di immagini/passano sulla pellicola/di vite passate”.  Il che lascia supporre che tutto sia instabile e provvisorio, benché in molti si siano presi l’impegno, nei secoli trascorsi, di trascrivere, cercando quindi di tradurlo, ciò che accadeva davanti ai loro occhi oppure intorno ad essi. Il che significa, inoltre, che tutto ciò che viene trascritto e tradotto, anche se circoscritto a brevi attimi, costuituisce l’insieme della Storia e perciò che nulla è inutile, essendo esso un infinitesimo atomo della realtà. In ciò, inequivocabilmente, consiste quello che è definibile come il miracolo della Poesia, che è di certo un equivalente del miracolo della Vita. Persino Milarepa, nei suoi scritti, attraversò il Cosmo con parole uncinanti e graffianti, cosparse di quell’amore universale che è il sale dell’esistere e che rivela quanto non sia mai superfluo il tentare di far convergere fra di loro i differenti saperi e le diverse discipline che abbiano come scopo primario il pianeta uomo.

   Siamo dunque davanti ad una tematica perfettamente allineata con il decorso del Tempo, privilegiata forse per i suoi aspetti fenomenologici, poco inclini a delineare condizioni particolari od estreme, situazioni di disagio sociale e/o di malasorte, e anche il fattore generazionale si trova in fondo decisamente distanziato;  preclusasi, sicuramente per ragioni logistiche, il sondare all’interno dell’esterno, la tematica di Gianfranco Di Cola s’intride di quello che è, da sempre, il PRINCIPIO da cui ogni cosa, ogni evento, ogni mossa, trovano origine. Qualunque sia il movente interiore, ad esso questa tematica ritorna invariabilmente. Se ne ha lucida testimonianza e conferma, per esempio, nella poesia “Il seme e l’albero” (pag. 81), dove la forza interiore dell’autore esprime il proprio divampare in acuta simbiosi con la natura: “La forza che portiamo dentro,/ è la forza del PRINCIPIO/ questo nostro credo dimenticato,/ continua nel tempo/ a produrre i suoi frutti.// Fin quando nel seme,/ resterà celata l’antica sapienza,/ci sarà in noi/ l’inconscia virtù della CREAZIONE”. E, in effetti, la poetica del Di Cola, pur differenziandosi per molti aspetti da altre, prodotte via via nei secoli sotto l’impulso esiziale ed insopprimibile della creatività stimolata dalla percezione e/o dalla sensazione, non si discosta molto dalla motivazione basilare che, in ogni tempo, è sempre stata alla base dell’espressività e della comunicazione. E questo anche perché nessun uomo è fondamentalmente e sostanzialmente diverso da un altro, se non nelle semplici condizioni materiali (pure od impure secondo i punti di vista e secondo le varie circostanze e/o situazioni, contingenziali, storiche od economiche che siano).                                          

    Senza “l’inconscia virtù della CREAZIONE”, tutte le speranze si rivelerebbero, infatti, utopie e tanto varrebbe, nel Duemila, accettare la propria condizione umana. La specie umana, infatti, è stata inquadrata anche da Darwin come una condizione in cui a sopravvivere non potrà essere che il più forte, attraverso una drastica e forse inevitabile selezione naturale. Si leggano i versi, a tale proposito, della poesia “L’albero” (pagina 83): “Uniti,/ sotto l’albero della vita/ sentiamo radici lontane. // L’inizio e la fine/ di un nuovo tempo/ che sembra lo stesso, // battito delle onde sulla riva”.

  Non c’è stentoreità, non c’è ricercatezza lirica allo stato puro. C’è, piuttosto, il balenare del reale, che non concede requia a chi tenta di uscire dal proprio steccato e, nella sostanza, nessuno può diventare, come diceva anche Luigi Tenco in una sua canzone degli anni Sessanta, “ciò che non è”. La consapevolezza di sé è pertanto  l’indispensabile aspirazione cui ogni essere pensante deve tendere, senza forgiarsi problematiche possibilità che il cuore vorrebbe creare, ma la mente non può concedere. Soltanto in questo modo, ci suggerisce Gianfranco Di Cola, si può essere sicuri di non avere vissuto invano e di avere saputo cogliere, serrare, possedere la vita in tutta la propria essenza, poiché nessuno può dare ciò che non ha e, se lo fa, “sogna”. Come nel finale di “Le Balcon” di Jean Gênet, quando Madame Irma, sentendo all’esterno della propria abitazione gli spari dei cannoni dei ribelli insorti, afferma, concludendo così il lavoro teatrale del grande “Santo Gênet, commediante e martire” (titolo di un libro che gli dedicò Jean-Paul Sartre): “Qualcuno che sogna”. 

  Si può dunque rilevare che quest’opera poetica sia, come afferma anche lo Storico delle Religioni Silvio Calzolari, un risultato esplicitamente denotativo del bisogno essenziale di chiarezza cui tutti quanti aspiriamo, come egli stesso annota nella parte conclusiva dell’introduzione: “L’altra legge dell’Ermetismo è che tutto il reale funziona in maniera bipolare e ciclica. Maschile e femminile, chiaro e scuro, alto e basso, positivo e negativo sono sottomessi ad una tensione donde scaturisce l’energia primitiva costantemente rinnovata. Il cosmo è ordinato seguedo un ritmo alternato, di cui sono testimoni i battiti del cuore, i movimenti della respirazione, la rotazione dei pianeti e i cicli cosmici. E tutto concorre ad un disegno unitario.

 “L’uomo deve con la sua azione ricondurre il mondo della materia alla divinità. La storia dell’uomo è la storia della sua redenzione, della sua reintegrazione. Questa è la strada indicata dal cavaliere del Sacro Graal”.

   Per concludere in una maniera che riteniamo doverosa e opportuna, si deve necessariamente prendere atto del fatto che  è persino piacevole constatare la limpidezza di un fuoco – quello che vibra all’interno di ogni persona sensibile e, più in particolare, quello che è rintracciabile nella poetica di Gianfranco Di Cola – che, con la forza dell’anima sospinge alla riflessione, alla meditazione e al desiderio di uscire da un luogo, o forse da ogni luogo, con il dono della pace, della gioia, della serenità, dell’amore che traluce sul viso o s’irradia dalla esuberanza corporea. Gianfranco Di Cola stimola  proprio a questo con quella sua inconfondibile grazia, con quel suo procedere ritmico altalenante e cesellato: dà l’impressione, spesso, di trarre da sé il meglio possibile e, successivamente, te ne offre la conferma con la cesura d’un verso esatto, calibrato, incisivo. Partecipe, in prima persona, della relatività dell’esistere, ci regala questi deliziosi florilegi con una eleganza ineluttabile, capace di suscitare immediato senso di benessere e di piacere. Non si può che essergliene grati.

      T.R.Z.
Holy Wood